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A luneta do tempo – scheda

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A Luneta do Tempo / 2014 (97’)
Regia: Alceu Valença
Sceneggiatura: Alceu Valença
Produzione: Focus Films, MV Producoes
Fotografia: Laís Abramo
Musica: Alceu Valença
Interpreti: Hermila Guedes, Irandhir Santos, Hélder Vasconcelos

Un’opera con un’incubazione di tre lustri: le usuali difficoltà di produzione, ma anche il tempo di gestazione dell’idea iniziale. Ricordi d’infanzia (un cappello da Cangaceiro nel soggiorno di casa; storie nordestine di banditi divenute leggende, che non mancavano mai in famiglia), ma anche la volontà di rifarsi alla “letteratura del Cordel” (e qui l’omaggio è diretto, in pellicola). Un linguaggio che non è il proprio e di cui apprendere i rudimenti: quello cinematografico, per un cantante e compositore di fama che forse non tornerà dietro la macchina da presa perché comunque rifarebbe lo stesso film, questo, all’infinito. Anche se non manca audacia nelle riprese e siamo ben lontani dall’estetica para televisiva di tanta produzione brasiliana. Il risultato è un’opera irregolare, che proprio dal suo carattere di masso erratico tra i generi trae potenza e forza di suggestione, con buona pace dei cultori della sceneggiatura di ferro. Perché sicuramente qui si tratta di un lavoro originale, con una storia che si sdoppia sull’arco di due generazioni passate che ci porta in quel “Nordeste” che in Brasile ha dato vita addirittura a un sottogenere cinematografico. Non si tratta tuttavia di un referto sociologico e didattico su quello che è stato il ribellismo Cangaço e nemmeno di un semplice film d’avventura ed azione in costume tratto dalla ben nota vicenda di Virgulino Ferreira “Lampião” (l’attenzione ai costumi, dai tradizionali copricapo alle calzature spesso inquadrate è comunque notevole). Non è neanche un musical secondo i canoni tradizionali, ma la musica ha una vera funzione strutturale, con le canzoni dell’Alceu Valença, l’omaggio a Luiz Gonzaga e i dialoghi in rima che vanno in questa direzione, riecheggiano i modi dei cantastorie (per questo film è semplicemente vietato il doppiaggio). Anche le metafore fin troppo scoperte o caricate (la circolarità del tempo come un cavallo alla ruota, l’omologia tra uomini e mondo animale stigma della bêtise, come in Fargo dei fratelli Cohen) conservano una loro forza. La fotografia svela con l’eleganza ed incisività il paesaggio di un Pernambuco tra mito è realtà, mentre il limbo in cui sono confinati i morti che guardano con nostalgia il mondo dei vivi è virato su malinconici toni tenui. Al fondo la mitopoiesi, il piacere della narrazione orale e, come già detto, la tradizione del Cordel: il riconoscimento del processo per cui uomini ed eventi, ma anche temi musicali (come accadeva nella Recita di Angelopoulos, però in senso storicamente e politicamente determinato), diventano icone che si sedimentano nell’immaginario, oggetti di infinito racconto e rappresentazione (la metafora del circo).