Home » Eduardo Coutinho – scheda

Eduardo Coutinho – scheda

As_Cancoes_1

Edificio Master / 2002 (110’)
Regia: Eduardo Coutinho
Sceneggiatura: Eduardo Coutinho
Produzione: VideoFilmes
Fotografia: Jacques Cheuiche
Suono Valéria Ferro
Montaggio Jordana Berg

Jogo de Cena / 2007 (104’)
Regia: Eduardo Coutinho
Sceneggiatura: Eduardo Coutinho
Produzione: Raquel Freire Zangrandi , Bia Almeida – Matizar, Video Filmes
Fotografia: Jacques Cheuiche
Suono: Valéria Ferro
Montaggio Jordana Berg
Interpreti: Marília Pêra, Andréa Beltrão, Fernanda Torres, Aleta Gomes Vieira, Claudiléa Cerqueira de Lemos.

As Canções / 2011 (90’)
Regia: Eduardo Coutinho
Sceneggiatura: Eduardo Coutinho
Produzione: VideoFilmes
Fotografia: Jacques Cheuiche
Suono: Valéria Ferro
Montaggio Jordana Berg

Eduardo Coutinho non è forse noto al grande pubblico, ma è stato uno dei maggiori registi brasiliani e a lui sono stati dedicati saggi interpretativi (si ricordi il corposo lavoro di Consuelo Lins) e momenti di riflessione nel corso di rassegne internazionali. Agenda Brasil presenta in questa edizione una trilogia di Coutinho, ascrivibile ad un modo specifico della sua produzione. Vale la pena spendere qualche parola per inquadrare questo momento nel complesso della sua opera ed enuclearne le caratteristiche identificative. Dopo studi giuridici, Coutinho frequentò l’IDHEC di Parigi, venendo a contatto con l’esperienza del “cinema verité”. Tornato in patria lo troviamo tra i produttori dello storico film collettivo Cinco vezes Favela, prima di dedicarsi dal 1964 a Cabra marcado para morrer, che lo fatto contendere da diversi festival. L’opera, il cui progetto iniziale era di fiction dedicata alle lotte contadine nel Pernambuco, venne però interrotta a seguito del colpo di stato militare e ripresa nel 1984, dopo la fine della dittatura, in forma di documentario. Coutinho ha di seguito firmato alcuni film di fiction, lavorato come sceneggiatore (si ricordi almeno il successo di Dona Flor e i suoi due mariti, che Bruno Barreto ha tratto da Amado) nonché per la televisione; maturò nel frattempo la sua personalissima declinazione del genere documentario, fulcro di questa rassegna. Il lavoro di Coutinho si definisce come “cinema di conversazione”, documentario che non si presenta come referto informativo da parte di un autore che sta compiendo una ricerca o un reportage, ma come spazio di interazione che libera il racconto. Coutinho istituisce così uno spazio d’interazione, dove l’intervistatore non ha una funzione dominante e fortemente direzionale o al contrario di mera parete di fondo per il soggetto intervistato, a sua volta non semplicemente posto di fronte a un medium neutro davanti al quale far emergere una supposta, intangibile verità del sé. Le cose sono infatti più complicate. Dal punto di vista tecnico per creare e legittimare questo spazio ci si allontana dagli standard para televisivi, con una macchina da presa per lo più a distanza fissa, mentre fondamentale è qui la possibilità di cogliere i movimenti del viso e del corpo con primissimi piani e con la consapevolezza che il porre e il porsi di un soggetto davanti alla telecamera non è mai un atto innocente : l’osservazione “perturba” sempre l’osservato e il soggetto stesso si attiva davanti alla macchina da presa (“effetto camera”). Aleggia sempre su questo “cinema di conversazione” (con tratti di seduta psicoanalitica) la domanda su dove cominci la naturalezza e dove l’artificio, dove la verità ceda il posto alla finzione o al mascheramento ed alla recita. Perchè se di primo acchito sembra che Coutinho liberi il mondo interiore delle persone nelle sue interviste, con un’operazione tra la maieutica e il meccanismo catartico, subito ci si accorge che se queste stesse persone sono talvolta indotte a sorprendersi di come la procedura d’intervista faccia emergere qualcosa di cui non erano consapevoli, talora invece sono impegnate in strategie di mascheramento o nella costruzione del personaggio che vogliono rappresentare, in qualche caso in potente contraddizione con i fatti da loro stessi narrati: ma in questa affabulazione è contenuto un più sottile gradiente di verità.
Certo, in primis rimane l’istanza di raccontarsi del soggetto, il desiderio di “dire” il proprio vissuto, ma presto emerge come la falsificazione (quanto consapevole?) insita nell’atto stesso della narrazione sia essa stessa parte del processo veritativo. Nel trittico qui presentato questo gioco si fa estremamente serio e assume forme e sfaccettature diverse, con tratti che possono essere teneri, ironici o imbarazzanti, spesso appassionanti o disturbanti per lo spettatore. Se a volte questo cinema può sembrare crudele, bisogna ricordare che la posizione di Coutinho, etica ed estetica insieme, è piuttosto quella dell’esercizio di una pietas partecipe della comune umanità, oltre le debolezze, le cadute, i drammi e le banalità del quotidiano.

Le considerazione fin qui svolte trovano esemplificazione in Edificio Master (2002), dove Coutinho e la sua squadra hanno raccolto le storie di alcuni dei 500 abitanti, appartenenti alla classe medio-bassa, di un condominio composto da 276 appartamenti di un grande palazzo di 12 piani. La scena è costituita dagli appartamenti degli inquilini mentre l’intervista è in corso; solo in una breve sequenza di montaggio alcune delle abitazioni vengono mostrate vuote. La mdp non esce praticamente mai dall’edificio, di cui percorre invece i corridoi, stretti e percorsi dai residenti o dal personale di servizio (pulizie, security); inquadra piuttosto talvolta le facciate dei palazzi circostanti, in una Copacabana di cui si sentono piuttosto i rumori di fondo e che viene definita “stimolante per il suo carattere multietnico” , comunque lontana dal ruolo di cartolina che occupa nell’immaginario turistico. La troupe stessa entra spesso in scena, a sottolineare il carattere dell’operazione, mentre risultano rivelatrici le parole con cui si autodefinisce una ragazza madre il cui racconto è tra le esperienze più toccanti del film, quando afferma di essere bugiarda e sincera allo stesso tempo. Di lì a poco il tema dell’ambiguo rapporto tra realtà e finzione verrà indagato, al contempo sottilmente e direttamente, con Jogo de Cena (2007). Sul palco del teatro del Teatro Glauce Rocha di Rio, su una sedie di spalle alla platea vuota, salgono da dietro le quinte e si alternano, davanti ad un telecamera che spesso ricorre al primissimo piano, alcune donne. Sono state selezionate tra coloro che hanno risposto a un’inserzione di Coutinho (‘Hai una storia da raccontare?’): parole e pianto, sul piatto la propria vita e le asperità legate in particolare legate alla condizione di madre o di figlia. Ma, in un vero e proprio gioco di maschere (“gioco di scena”, vuole dire letteralmente il titolo ), queste stesse esperienze vengono interpretate da attrici ben conosciute dal pubblico brasiliano, le quali non si limitano a riprendere le storie precedentemente narrate, ma inseriscono propri ricordi ed esperienze intime, rendendo inestricabile il gioco di specchi tra autenticità e rappresentazione (una delle attrici arrivare a confidare di avere l’impressione di stare mentendo reinterpretando le narrazioni altrui). Jogo de Cena si chiude con una canzone, l’unica donna che ha sentito l’esigenza di tornare sul palco lo ha fatto per poterla cantare, mentre già in Edificio Master un pensionato si esibiva in una patetica interpretazione di My Way, sulle note di un vecchio disco; questo episodi sono stati quasi il preludio – non l’origine, ha sottolineato Coutinho – ad As Cancoes (2011). Il coinvolgimento emotivo che comportano le canzoni – testi di musica popolare brasiliane, cantati a cappella dalle persone ‘intervistate’ – è proprio sia di coloro ai quali è stato chiesto di scegliere la canzone che ha contato nella propria vita, sia dello spettatore (ideale), ma questa istanza entra in cortocircuito con quello che è letteralmente l’entrata in scena (così come l’uscita) di molti dei cantanti-narratori: muovendosi da uno sfondo chiuso da una tenda-sipario, fanno il loro ingresso e prendono posizione su di una sedia al centro di un palco, stavolta orientata verso il teatro deserto. Ancora una volta un luogo di pianto e confessione intima, di ricostruzione, ma anche di rappresentazione del proprio vissuto. In mezzo chiamate al cellulare, esplodere di ricordi dimenticati o rimossi, storie d’amore, d’abbandono, di morte, disquisizioni religiose. Davanti alla mdp ognuno ha una “storia” da raccontare e il personalissimo cinema di Coutinho è approdato oltre i tradizionali confini conosciuti del “genere” documentario.

Marco Palazzini