Home » José Mojica Marins, Zé do Caixão – scheda

José Mojica Marins, Zé do Caixão – scheda

EstaNoiteLevareiSuaAlama_3

À Meia-Noite Levarei Sua Alma (A mezzanotte possiederò la tua anima) / 1964 (84’)
Regia: José Mojica Marins
Sceneggiatura: José Mojica Marins, Magda Mei
Produzione: Arildo Iruam, Geraldo Martins Simões, Ilídio Martins Simões
– Indústria Cinematográfica Apolo
Fotografia: Giorgio Attili
Musica: Salatiel Coelho, Hermínio Giménez
Interpreti: José Mojica Marins, Magda Mei, Nivaldo Lima, Valéria Vasquez

Esta Noite Encarnarei no Teu Cadáver (Questa notte m’incarnerò nel tuo cadavere) / 1967 (105’)
Regia: José Mojica Marins
Sceneggiatura: José Mojica Marins, Aldenora De Sa Porto
Produzione: Augusto Pereira – Ibéria Filmes
Fotografia: Giorgio Attili
Musica: Herminio Giménez
Interpreti: José Mojica Marins, Nadia Freitas, Tina Wohlers, Antonio Fracari, Jose Lobo, Tania Mendonça, Mina Monte, Paula Ramos, Carmen Marins, Esmeralda Ruchel

È Halloween, la notte giusta per incontrare Zé do Caixão, detto anche Coffin Joe, su di lui l’ombra di José Mojica Marins. Stiamo parlando di due entità che solo in parte e in qualche modo si sono identificate (le ambiguità non sono state comunque poche) : di grande successo fin dal suo apparire il personaggio di celluloide, non ignoto in Italia e comunque dagli anni ’90 oggetto di culto in Europa e negli Stati Uniti, dove è appunto conosciuto con il nome di Coffin Joe. Regista apprezzato da Glauber Rocha e poi da un giovane Steven Spielberg è invece José Mojica Marins, suo creatore e interprete sul set. Zé do Caixão è entrato in scena nel 1963 con il primo horror brasiliano, À Meia-Noite Levarei Sua Alma: non era previsto tornasse, ma il successo popolare del film, per quanto osteggiato dalle istituzioni politiche e religiose, fomentò il suo ritorno nel 1967 con Esta Noite Encarnarei no Teu Cadáver; seconda parte di una trilogia ideale conclusasi, in realtà un po’ stancamente, con Encarnação do Demônio (2008). In mezzo serie televisive, un fumetto e gadgets, fino ad arrivare all’istituzione di uno specifico museo a São Paulo; soprattutto il rischio che Zé do Caixão divorasse Mojica Marins. Ma chi è Zé de Caixão? Come dice il nome, professione becchino e fin qui niente di male. Ciò che lo caratterizza, senza grossi spostamenti tra il primo e il secondo film della saga – sebbene si passi ad uno script maggiormente articolato, con l’insistito esplodere di un delirio verbale caratterizzato da un demonismo senza Satana (compare però un onirico inferno a colori….) e l’aggiunta di una spruzzata di erotismo – sono la crudeltà, l’arroganza e la blasfemia aggressiva e demistificante: un De Sade in salsa tropicale che, sulla via del male come viatico verso l’autorealizzazione, non arretra di fronte a nulla. Unica remora la purezza dell’infanzia, comunque destinata a decomporsi nell’ignoranza, nella debolezza e nell’ipocrisia dell’umanità adulta.

Assioma della concezione di Zé e molla del suo agire: l’immortalità non è dell’anima, che ovviamente non esiste, ma sta nella discendenza di sangue. Ambiguo il rapporto con il soprannaturale: irriso, riemerge a punire il ribelle alla morale comune, ma forse si tratta di un incubo. Queste le ragioni di fascinazione per il pubblico popolare, sempre cercato da Mojica Marins: massimamente proveniente dalla classe operaia, anche se il popolo, con particolare riferimento al mondo contadino, viene coerentemente disprezzato per la sua manipolabilità e fiacchezza, secondo una visione dell’immanenza che si rifà alla forza più che alla ragione. Per il mondo cinefilo sono valse anche altre considerazioni, che hanno contribuito alla comprensione di questo piccolo mito. La ricerca delle fonti ad esempio, individuate nel cinema horror degli anni ’30 e in quello italiano degli anni ’60 (Mario Bava, per intenderci), nel fumetto (Mandrake e Flash Gordon, ma non Batman), nel consueto rimando all’eredità espressionista variamente defluita (angolazioni anticonvenzionali, fotografia cupa, il b/n fortemente contrastato). Per un regista che ha sempre difeso il cinema come pratica piuttosto che come riflessione teorica o apprendimento presso le scuole di cinematografia, vale però di più rifarsi ad una visionarietà maudit e provocatoria, defluita anche nella fisicità del personaggio e nel vestiario (le vere unghie non tagliate per anni, e l’abbigliamento in nero con mantello e cilindro. Tutto questo potendo contare, come è stato detto, sulla “capacità d’improvvisazione di un circo itinerante”, in grado di allestire scenografie e set carichi di suggestione a partire da un’iniziale, assoluta povertà di mezzi e dalla disponibilità a giocare, strizzando un po’ l’occhio, con il tradizionale armamentario di genere dei B movie.

Marcp Palazzini