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Schede critiche dei film AGENDA BRASIL 2014

Agenda Brasil edizione 2014
Testi di Marco Palazzini
Bio registi a cura di Angela Gazzola
Schede tecniche a cura di Elisabetta Marchese

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A Coleção Invisível – Bernard Attal (2012)
drammatico (2012) 89’

Sceneggiatura: Bernard Attal, Sergio Machado, Iziane Mascarenhas
Produzione: Taissa Grisi
Coproduzione: Diana Gurgel; Gel Santana, Michael Fix
Fotografia: Matheus Rocha
Musica: Silvain Vanot
Interpreti: Vladimir Brichta, Walmor Chagas, Clarisse Abujamra, Conceição Senna, Ludmila Rosa

Tratto da un racconto di Stepan Zweig – autore spesso “saccheggiato” quale fonte d’ispirazione cinematografica, vedi da ultimo Grand Hotel Budapest di Wes Anderson – A Coleção Invisível mantiene nella trasposizione del regista franco-baiano Bernard Attal un’impostazione classica e una rarefazione narrativa in linea con la matrice della pagina letteraria. Anche in questo film in fondo piuttosto breve s’incrociano punti nodali della riflessione esistenziale e – qui uno specifico filmico, nemmeno tanto in sottotraccia – della Storia brasiliana. L’impianto è quello canonico del viaggio nello spazio – dalla metropoli alla provincia remota, non tanto in termini di distanza, quanto perchè vi vige un Tempo diverso – che diventa percorso interiore: rimeditazione del passato rimosso (uso del flash-back), confronto con le figure parentali, incontro con figure spiazzanti, fino a un ritorno in città che è lo sbocco di un profondo cambiamento. Se a Beto, playboy in crisi che ha dovuto fare i conti con il caso, la morte e l’incubo della rovina, alla fine della ricerca di una collezione artistica che può essere la salvezza economica della famiglia sarà concessa un’altra possibilità (“i frutti del secondo raccolto del cacao sono più piccoli, ma migliori”, gli viene detto dalla sua apparente antagonista), già le sequenze iniziali prefigurano la sua parabola di mutamento e la figura, a più volti e archetipica, che ne sarà levatrice, quella femminile (come nel profondo lui sa bene). Le donne custodi della pietas, capaci di consegnarla agli altri (il congedo di Beto dal piccolo Wesley) e di redimere, nel silenzio, la miseria della realtà. E il cacao, le cittadine di provincia e le piantagioni, semi-abbandonate ma immuni dal Tempo divoratore della modernità urbana: luoghi dove, Attal, con rallentamenti e sospensioni del racconto e un sobrio uso della colonna sonora extradiegetica, trova gli accenti anche visivamente più suggestivi. A evitare i rischi di possibile regressione, una nota: non guardare tanto al “padre nobile Amado”, che della coltivazione del cacao ha fatto un’epopea, ma tenere presente il Kleber Mendonça di O Som ao Redor, che proprio attraverso il contrappunto tra piantagione (di canna da zucchero) e modernità si è interrogato sull’identità del Brasile.

Bernard Attal nasce in Francia nel 1964 e si trasferisce in Brasile nel 2005.
Ha diretto tre cortometraggi e un documentario per la televisione pubblica brasiliana. Tutti i film partecipano e vincono premi in diversi festival internazionali, incluso quello di Palms Springs, Londra-BFI e Clermont-Ferrand.
Nel 2012 presenta al Festival di Rio il suo primo film A Coleção Invisível (La Collezione Invisibile).
Il film vince come Miglior Film secondo la giuria popolare, Miglior Attore non protagonista (Walmor Chagas) e Miglior Attrice non protagonista (Clarisse Abujamra) al Festival di Gramado del 2013.

 

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Estômago – Marcos Jorge (2007)

drammatico (2007) 113’

Sceneggiatura:  Lusa Silvestre, Marcos Jorge
Produzione: Cláudia da Natividade, Fabrizio Donvito, Gabriele Muccino – Zencrane Filmes
Fotografia: Toca Seabra

Musica: Giovanni Venosta
Interpreti: João Miguel, Fabiula Nascimento, Babu Santana,  Alexander Sil, Carlo Briani, Zeca Cenovicz, Paulo Miklos, Jean Pierre Noher, Andrea Fumagalli

Una voce racconta la leggenda della nascita del gorgonzola, secondo il classico canone ironico della narrazione culinaria (dal peggio e dal caso nasce il meglio) e subito il film si dipana secondo le l’indicazione del sottotitolo: una storia gastronomica. Sappiamo ovviamente che il cibo è elemento centrale e correlato ai plessi decisivi dell’esistenza: per rischiare rimandi comunque improponibili al confronto, basti ricordare la libertà e la ferocia del grottesco di Ferreri, il Greeneway del Cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, col suo impasto di corposa pennellata barocca e raffinato intellettualismo, o per restare in Brasile, la metaforica feijoada in piscina del Macunaìma di Joaquim Pedro de Andrade. In questa pellicola, in cui prolifera la vitalità animale (vedi la presenza ossessiva d’insetti) e animalesca, siamo quasi alla dimostrazione di un teorema e il montaggio alternato che cadenza la struttura temporale del film, con il larghissimo ricorso a flash-forward che spezzano la linearità del plot, dimostrano l’isomorfismo tra la situazione del  nuovo arrivato – dal nulla e con niente – in città e quella dell’universo carcerario. Anzi, in quest’ultimo le regole sono più evidenti, come viene spiegato con un didatticismo che non manca del resto nella descrizione della cucina come arte: italiana nella sua eccellenza, come da giudizio consolidato. Cibo e potere – fuori le mura della prigione né il sesso né tantomeno l’amore hanno d’altronde esito felice – disegnano un mondo che assume le forme di una piramide gerarchica, con un rigore hobbesiano che ha poche incrinature (vedi la figura  del “signor” Zulmiro). Ma l’ordine della dimostrazione non esaurisce l’orizzonte d’attesa dello spettatore di questo film di primi piani e campi medi: Jorge attraversa generi e codici – ironico, tragico, grottesco, racconto morale – risolvendo la parabola di Nonato-Serramanico-Parmalat-Rosmarino in una commedia nera, che in fondo ci vede tutti attori.

Marcos Jorge nasce a Curitiba nel 1964.
Studia Giornalismo alla UFPR (Università Federale del Paranà) e Regia e Sceneggiatura a Roma.
Durante gli anni ‘90 produce numerosi film e video, che ottengono diversi premi nei festival internazionali.
In qualità di video-artista espone le sue opere in Francia, Italia, Olanda e Giappone.
Il suo primo cortometraggio esce nel 2002, O encontro (L’Incontro), uno dei più premiati del Brasile.
Il primo lungometraggio è del 2007, Estômago (Stomaco), che vince, tra gli altri, il premio come Miglior Film per la Giuria Popolare, Miglior Regia, Miglior Attore (Joao Miguel) e premio Speciale della Giuria a Babu Santana al Festival di Rio de Janeiro dello stesso anno.

 

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Rio 2096 – Una storia di Amore e Furia – Luiz Bolognesi (2013)

grafich novel (2013) 75′

Sceneggiatura: Luiz Bolognesi
Produzione: Buriti Filmes & Gullane
Fotografia: Anna Caiado, Daniel Greco

Musica: Rica Amabis, Tejo Damasceno Pupillo

Veduta a volo d’uccello sul Brasile, o meglio sulla sua Storia, romanzandone alcuni momenti centrali: quando Brasile era “solo il nome di un albero” (l’impatto della colonizzazione sulle genti autoctone); l’età dello schiavismo a pieno regime (1825: sopraffazione, ma anche rivolta, quilombos e crasi temporale col ribellismo cangaço); l’opposizione alla dittatura militare nel 1968, subito dopo l’inferno delle favelas; infine il futuro distopico di un mondo dove il bene più prezioso, sempre e comunque appannaggio dei potenti, è l’acqua. Abeguar, guerriero Tupinambá, è la voce di una resistenza che attraversa il tempo con metamorfosi non solo in forme d’uccello, ma etniche (citazione colta: l’identità cangiante di Macunaìma è topos culturale della pluralità antropologica del Brasile), sempre sul “lato più debole”, con furia, nei secoli dei secoli. Ma anche alla ricerca dell’eterno amore, sempre Janaìna, nella sua dolcezza e sensualità. Cambiano gli scenari, ma gli dei hanno assegnato ai Tupinambás il compito di combattere Anhangà, il Male: come nei migliori anime giapponesi, l’universalità dei simboli è mediata dalle forme della cultura nazionale, qui la mitologia Tupì e Guarany. Forse qualche metafora è troppo scoperta, il romanticismo insistito, l’ideologia manichea, ma la storia ha un ritmo a tratti travolgente, momenti di commozione e infatti il film ha sbancato nel 2013 al Festival di Annecy, tempio del cinema d’animazione. Genere che qui prende i modi della graphic novel, con un tratto angoloso, attenzione al viraggio cromatico e agli scenari (i toni ocra della società schiavista, quelli algidi di una futuribile Rio cyberpunk). Epitaffio: anche “sempre ripetendo gli stessi errori”, l’anelito ad una “terra libera dal male” è irrinunciabile.

 

Luiz Bolognesi nasce a San Paolo nel 1966.
Autore premiatissimo si laurea in giornalismo alla PUC di San Paulo. Ha diretto diversi corti documentari. Come sceneggiatore ha invece scritto Bicho de sete cabeças (2001), O mundo em duas voltas (2006) e Chega de saudade (2007), premiati dalla Brazilian Film Academy.
Insieme a Marco Bechis ha scritto nel 2008 la sceneggiatura del film La terra degli uomini rossi – Birdwatchers in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Ha anche sceneggiato il film As melhores coisas do mundo (2010), presentato in anteprima al Festival del Film di Roma e premiato al Recife Film Festival.
Nel 2006 ha scritto la sceneggiatura del film di animazione Rio 2096 – Una storia di Amore e Furia primo lungometraggio come regista.

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O Homem do Futuro – Claudio Torres (2011)

commedia (2011) 106’

Sceneggiatura: Claudio Torres
Produzione: Claudio Torres, Tatiana Quintella, Conspiração Filmes
Fotografia: Ricardo Della Rosa

Musica: Luca Raele, Maurício Tagliari
Interpreti: Wagner Moura, Aline Moraes, Fernando Ceylão, Gabriel Braga Nunes, Gregório Duvivier, Rogério Fróes

Il viaggio nel tempo è uno di quei luoghi dell’immaginario da sempre frequentati cinematograficamente (ma non solo), riproporlo vuole dire confrontarsi inevitabilmente con il pregresso e interrogarsi sulla ratio dell’operazione. La scelta di Torres è complicare e intersecare i piani dell’azione, al centro Joao. Fondamentale allora la matrice attoriale del film, con l’enfatizzazione del ruolo del protagonista “Zero”, in realtà uno e trino, con relativi piani differenziati di recitazione: Wagner Moura, icona del cinema brasiliano, ma anche ben noto al pubblico internazionale, da Tropa de Elite ai passaggi hollywoodiani. Se è vero che, come si canta nella festa primi anni 90 dalla scenografia ricostruita con particolare cura e che costituisce l’arena centrale del film, “noi abbiamo il nostro tempo” (rassicurante invito a non sfidare l’hubrys), la realtà cinematografica si rivela più complicata. Avremo così uno Zero giovane e ingenuo (connotazione: Robin Hood), uno fallito e rancoroso (prima “mad scientist”, poi Mummia), infine quello razionale e della maturità raggiunta (l’Astronauta): ma proprio questo processo di maturazione è ottenuto rompendo non solo con il tempo come successione lineare, ma anche come durata, frantumandolo e ricomponendolo. All’insegna del gioco, ovviamente, perchè l’aspetto ironico e ludico accompagna e oltrepassa la parabola morale e raffredda consapevolmente il ritmo del film. Inevitabile l’operazione metacinematografica, con l’esplicito omaggio a Zemeckis, le citazioni di Star Trek, The Mum, delle gag di Mr. Bean (si potrebbe continuare). Quanto all’amore, il lieto fine da copione porta in calce i versi di una vecchia canzone di Phil Collins: “You can’t hurry love”…

Claudio Torres nasce a Rio de Janeiro nel 1962, figlio degli attori Fernando Torres e Fernanda Montenegro, fratello dell’attrice Fernanda Torres, si laurea in Belle Arti all’Università Federale di Rio de Janeiro, prima di iniziare a lavorare come regista con la Conspiração Filmes.
Regista di spot pubblicitari e video clip musicali per la televisione, realizzati in collaborazione con Lula Buarque de Hollanda, José Henrique Fonseca e Arthur Fontes, con lui soci fondatori della casa di produzione Conspiração Filmes. Debutta nel mondo del cinema con l’episodio Diabólica, del lungometraggio Traição (1998), premio di Miglior Regia e di Miglior Film della giuria popolare al Festival di Brasilia e Miglior Film al Festival di Huelva, in Spagna. Oltre a lavorare con spot e video partecipa a programmi musicali tra i quali, Marisa Monte – memórias, crônicas, e Declarações de amor, diretto al fianco di Lula Buarque, e Tudo ao mesmo tempo agora, dei Titãs, da lui scritto e prodotto.
Il suo primo lungometraggio è del 2004, Redentor, sceneggiatura scritta con sua sorella Fernanda Torres e con la sceneggiatrice Elena Soárez, il film vince il Premio di Miglior Regista nel Grande Premio del Cinema Brasiliano.

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Hoje – Tata Amaral

drammatico (2011) 90’

Sceneggiatura: Felipe Sholl, Jean-Claude Bernardet, Rubens Rewald
Produzione: Tangerina Entretenimento
Fotografia: Jacob Solitrenick
Musica: Livio Trachtenberg
Interpreti: Denise Fraga, Cesar Troncoso, Cláudia Assunção, João Baldasserini, Lorena Lobato, Pedro Abhull

Il periodo della dittatura militare è stato uno spazio della memoria nazionale tra i più ripercorsi dal nuovo cinema brasiliano, squadernando tutto il ventaglio di posizioni che resistenti e oppositori si sono trovati a occupare sullo scacchiere della Storia. Hoje non si aggiunge semplicemente a un elenco ormai consistente, e non solo per ragioni formali: qui non siamo infatti, ancora una volta, ad una rivisitazione in chiave di mera dicotomia oppressi-oppressori, ma all’interrogarsi sulle ambiguità presenti all’interno della lotta clandestina. Fino a fare i conti definitivamente, in maniera lancinante col passato e prenderne congedo, “oggi”, nella San Paulo del 1998: se la generazione precedente invocava una nuova Storia, questa volge ormai lo sguardo ad una nuova Geografia, perchè sono necessariamente cambiate le forme dell’impegno. Il merito di Tata Amaral è di dare corpo filmico a questi assunti, riprendendo in modi originali la forma del Kammerspiel. Senza dissipare l’incertezza sospesa che avvolge buona parte del racconto, non si può fare a meno di sottolineare il tour de force registico della messa in scena di un’opera quasi totalmente ambientata in un appartamento in sede di trasloco, fatta di primi piani, silenzi alternati a dialoghi e a confessioni strazianti. Fondamentale il ruolo assegnato agli oggetti, con il dettaglio di guasti domestici che rimandano a qualcos’altro o vetri che rifrangono i diversi punti di vista. Sobria la colonna sonora, composta di pochi accordi a creare sospensione, mentre la Storia collettiva e quella privata sono riscritte sulle pareti e sui corpi dei protagonisti attraverso il metodo della proiezione frontale. Infine l’uscita all’aperto, per una liberatoria passeggiata in un mondo in cui camminare, non solo da guardare dalle finestre di un appartamento.

Tata Amaral nasce a São Paulo nel 1960.
Inizia a lavorare come assistente di produzione nel 1983, per poi diventare, sempre in ambito cinematografico, direttrice di produzione, produttore esecutivo e regista. Dirige numerosi video e cortometraggi.
Il suo primo lungometraggio è del 1997, Um céu de estrelas (Un cielo di stelle), che vince il premio di Miglior Film di esordio al Festival dell’Havana e di Miglior Regia al Festival di Brasilia.
Nel 2006 esce Antônia, film per il quale vince il Premio Petrobrás Cultural de Difusão di miglior fiction alla Mostra di São Paulo. Al film è ispirata anche un’omonima miniserie televisiva andata in onda su Rede Globo.
Hoje esce nel 2011, premio di Miglior Film, Miglior Attrice (Denise Fraga), Miglior Fotografia (Jacob Solitrenick), Miglior Sceneggiatura (Jean-Claude Bernardet, Rubens Rewald e Filipe Sholl) e Miglior Direzione Artistica (Vera Hamburger) al Festival di Brasilia del 2011.

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Orfeu Negro – Marcel Camus
drammatico (1959)

Sceneggiatura: Marcel Camus, Jacques Viot (storia originale di Vinícius de Moraes)
Produzione: Sacha Gordine
Fotografía: Jean Bourgoin
Música: Tom Jobim, Luís Bonfá, Vinícius de Moraes, Antônio Maria e Agostinho dos Santos
Interpreti: Breno Mello, Marpessa Dawn, Lourdes de Oliveira, Léa Garcia, Jorge Dos Santos, Ademar Da Silva, Jacques Viot

 

Orfeu Negro di Marcel Camus ha avuto una stentata critica: tiepida quella colta internazionale, risentita quella militante di parte brasiliana, che imputava non senza motivo al film la propalazione dell’immagine di un Paese del Carnevale con folle perpetuamente danzati, all’insegna di un colore locale corrispondente ad un gusto esotizzante europeo mai spento; sostanzialmente in opposizione alle ricerche della più avvertita cinematografia locale, che volgeva lo sguardo alla tragica, atavica miseria del popolo brasiliano. La riproposizione odierna consente, senza che siano cancellate queste perplessità, una re-visione che sottolinei i punti di interesse di un’opera capace comunque di vincere la Palma d’Oro a Cannes nel 1960. Innanzi alla forza che promana dal testo ispiratore, scritto per il teatro da Vinicius de Moraes e a lungo palestra per i protagonisti della scena brasiliana, individuando l’eterna vicenda di Orfeo ed Euridice nella cultura afro-mulatta del Morro e – dato da non sottovalutare – nella Modernità. Perennità del mito che proprio per la sua universalità s’incarna in un tempo e un luogo apparentemente estranei alla cultura classica, mentre la celebrazione dell’amore si allarga dal registro alto, lirico a quello “basso” (introduzione di una coppia comica). Le figure del mito greco (le Furie, Cerbero) s’incrociano con quelle degli Orixàs e accompagnano i protagonisti lungo il loro destino, che si dipana dagli strapiombi sulla baia di Rio ai vertiginosi grattacieli della città bassa, mentre la morte di Euridice avverrà in una moderna centrale elettrica. Se Camus non rifugge dall’utilizzo di suggestioni scenografiche, sa trovare accenti di potenza visiva e narrativa nelle immagini degli Inferi attraversati da Orfeo nella notte, alla ricerca delle spoglie di Euridice (il caos che accompagna il Carnevale, l’ospedale, il 12^ piano della sezione “scomparsi”, l’inutile proliferare delle carte nella moderna burocrazia, i cui massicci palazzi sono percorsi scendendo minacciose scalinate). Sarebbe però impossibile condurre un discorso su Orfeu Negro senza ricordare l’aspetto specificamente musicale del film, con la proposta della bossa nova: alle canzoni di Luiz Bonfà e Antonio Carlos Jobim fa implicito riferimento Euridice: “le parole sono sempre le stesse, ma è la musica che è diversa nella canzone di Orfeu”. Ed è la magia della musica a ricreare il prodigio sempre rinascente del sorgere del sole…


Marcel Camus
nasce a Chappes (Francia) nel 1912 e muore a Parigi nel 1982.

Studia arte per diventare insegnante ma la seconda guerra mondiale interrompe i suoi progetti.  Passerà una parte della guerra in un campo come prigioniero di guerra.
Prima di diventare regista fa l’assistente per Jacques Feyder, Luis Bunuel e Jacques Becker. Ha diretto una dozzina di film ma il più famoso è Orfeu Negro che vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1959 e l’Academy Award come miglior film straniero nel 1960.
Nel 1960 dirige altri film con tematiche brasiliane, Os bandeirantes e Bahia basato su un romanzo di Jorge Amado. Questi film però non ottennero il successo di Orfeo Negro e Camus terminò la sua carriera lavorando per la televisione.

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Hoje Eu Quero Voltar Sozinho – Daniel Ribeiro
drammatico (2014) 94’

Sceneggiatura: Daniel Ribeiro
Fotografía: Pierre de Kerchove
Produzione: Daniel Ribeiro, Diana Almeida
Música: Ariel Henrique, Gabriela Cunha
Interpreti: Ghilherme Lobo, Fabio Audi, Tess Amorim, Eucir de Souza, Isabela Guasco, Júlio Machado, Lúcia Romano, Naruna Costa, Selma Egrei, Victor Filgueiras

Film generato da un corto dello stesso Daniel Ribeiro e presentato con successo a Berlino, Hoje Eu Quero Voltar Sozinho è stato designato a rappresentare il Brasile nella corsa agli Oscar 2014. Scelta significativa delle scelte culturali sottese alla presentazione via cinema dell’immagine del Brasile nel mondo (come si dice da più parti il Brasile ha un problema, trovare nuovi brand che ne accompagnino la crescita), specie se si ricorda che nel 2013 questo ruolo è stato assunto da un’opera fortemente intellettuale, connotata da un deciso dilazionamento del narrato e da e una riflessione di largo respiro sulla storia brasiliana nel suo complesso: O Som ao Redor di Kleber Mendonca. Tali assunti sono ribaltati in questo film, storia di formazione sentimentale schiacciata sul presente di un gruppo di adolescenti della borghesia paulista, al centro un grumo di temi classici per questo decisivo momento della crescita. In primis quello della presunta diversità, fisica e di orientamento sessuale, che faticosamente e tra le incertezze dell’età può diventare rispettivamente accettazione e scelta consapevole. Ma anche la ricerca di autonomia dall’iperprotettività genitoriale e la ricerca di una propria strada, il rapporto amicale, il bullismo scolastico (qui invero non particolarmente virulento). Una costellazione che avvicina questo film di campi medi e primi piani (lo sfondo spesso fuori fuoco), di dialoghi più che di ricerca visiva e di parchi inserti musicali più a opere come As melhores coisas do mundo di Laìs Bodanzky che al filone gay movies: i brividi dell’adolescenza sono rappresentati da Daniel Ribeiro con freschezza e delicatezza, con una scelta di consapevole leggerezza rispetto ai toni plumbei cui ci ha abituato sul tema certo cinema, soprattutto anglosassone.


Daniel Ribeiro
nasce a São Paulo il 20 maggio del 1982.

Regista e sceneggiatore, laureato in Comunicazione e Arte alla USP.
Il suo cortometraggio del 2007, Café com leite, vince l’Orso di Cristallo alla mostra Generazioni del Festival di Berlino.
Ideatore del progetto Música de Bolso, che produce video musicali per internet.
Hoje eu quero voltar sozinho è il suo primo lungometraggio, vince il premio di Miglior Film alla mostra Panorama ed il premio Teddy come Miglior lungometraggio con tematiche LGBT (tematiche omosessuali) al Festival di Berlino 2014.

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Faroeste Caboclo – René Sampaio
drammatico (2013) 108’

Sceneggiatura: Victor Atherino Marcos Bernstein (storia originale di Renato Russo)
Produzione: René Sampaio (adorocinema) – Barbara Isabella Rocha (cineclick)
Coproduzione: Globo Filmes
Fotografia: Gustavo Hadba
Musica: Lucas Marcier, Philipe Seabra
Interpreti: Antônio Calloni, Caco Monteiro, Cesar Troncoso, Fabrício Boliveira, Felipe Abib, Flavio Bauraqui, Ísis Valverde, Marcos Paulo, Rodrigo Pandolfo

Tratto da un classico brano rock brasiliano – scritto da Renato Russo nel 1979 – Faroeste Caboclo è un filmaccio che si squaderna progressivamente nella sua potenza, irretendo gradualmente lo spettatore. L’asse è quello del testo di Renato Russo, con il provinciale che arriva in città a cercar fortuna, etc, etc… ma per lo spettatore non è subito chiaro su quali registri stia giocando René Sampaio, regista di formazione pubblicitaria qui al suo primo lungometraggio. Dall’inizio si riconosce la trama di una tessitura presente in tanti film brasiliani: una vicenda di miseria antica e violenza, di oppressione del potere, con la questione razziale sempre incombente: una storia che si conosce bene, a partire da una prolessi, cui però vengono imposte diversioni e fratture nella linea narrativa (flash back, montaggio alternato), con i toni del melodramma (l’amore fou e impossibile) che si alternano al Western. I personaggi sono tipizzati, senza ricorrere volutamente a sottili introspezioni, preferendo giovarsi della materialità di oggetti-simbolo che illuminino le situazioni (lo sventolio di una tenda che richiama un sudario a evocare la morte, un dialogo fatto d’incomprensioni è mediato da un vetro sporco, interposto tra i personaggi…). Nella Brasilia anni 70 (particolare attenzione è data a costumi e scenografie) la storia assume le forme di un dramma sociale e sentimentale, con espliciti rimandi a Tarantino (quello meno ironico e magnificamente sproloquiante nei dialoghi), per bruciare in un finale dove ogni residuo di verosimiglianza è abbandonato per un cinema di delirio grottesco e sentimentale.


René Sampaio
è regista e sceneggiatore dei cortometraggi: Antes do fim, Contatos e del pluripremiato Sinistro.
Laureato in Giornalismo e Pubblicità all’Università di Brasília (UnB), dirige anche spot pubblicitari conquistando numerosi premi, anche il Leone d’Argento a Cannes nel 2005.

Sin dall’inizio del 2000 lavora per la cinematografia indipendente e produce spot, programmi TV e progetti per il Cinema.
Il suo primo lungometraggio esce nel 2013: Faroeste Caboclo

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A História da Eternidade – Camilo Cavalcante (2014)
drammatico (2014) 120’

Sceneggiatura: Camilo Cavalcante
Produzione: Marcello Ludwig Maia – República Pureza Filmes
Fotografia: Mauro Pinheiro Jr. (cineclick), Beto Martins (adorocinema)

Musica: Sergio Campelo
Interpreti: Irandhir Santos, Marcélia Cartaxo, Zezita Mattos, Débora Ingrid, Cláudio Jaborandy

Brasile remoto atemporale, le inquadrature mostrano il paesaggio brullo del Nordeste, al centro un pugno di case, pochi abitanti, un telefono solo per tutto il villaggio. E’ un luogo quasi metafisico, palcoscenico dove va in scena una storia di “amore, desideri e sogni” che presto assume le forme, i tempi dilatati e la fatalità del mito. La narrazione è decantata e si dipana secondo un ritmo sospeso e necessario, intersecando tre storie, protagonisti di ciascuna una donna, una diversa età della vita, un amore. E se differenti possono essere le vicende, Camilo Cavalcante ne evidenzia con rigore quasi geometrico incroci e simmetrie, i tratti comuni e universali, con la macchina da presa che trapassa dall’una all’altra, quasi senza soluzione di continuità, nel momento della loro convergente, apparentemente effimera realizzazione: amore come prendersi cura e come inevitabile perdita, che comunque lascia eredità interiori decisive. Lunghi silenzi e accenni di accordi musicali che generano sospensione caratterizzano questo film dove si alternano il buio della notte e di interni chiusi ad aperture paesistiche abbacinanti, con spazi che si contraggono in campi medio-lunghi a identificare luoghi fotografati con colori terrosi. Senza il timore di ricorrere a simboli elementari ed eterni, quasi desemantizzati, ma che qui acquistano nuova grazia. L’acqua e suoi correlati ricorrente su tutti: acqua come vastità infinita dell’Oceano, come tempesta che annuncia il climax della narrazione e rigagnolo che indica l’avvenuta catarsi; acqua offerta in un bicchiere e bicchieri che circoscrivono e imprigionano in uno stallo la vita; abluzioni che non riescono a purificare la propria disperazione e reti da pesca che diventano mantelli magici. Perchè i fatti possono accadere, ma la verità è interiore.


Camilo Cavalcante
, produttore, regista e sceneggiatore, nasce a Recife (PE).

Studia Sceneggiatura Cinematografica alla Escuela Internacional de Cine y TV di San Antonio de Los Baños, Cuba.
Ideatore e coordinatore del progetto Cinema Volante Luar do Sertão, che proietta cortometraggi gratuitamente in città delle zone aride del Sertão.
Inizia la sua carriera realizzando progetti audiovisuali come corti, video e documentari tra i quali: O velho, o mar e o lago, Os dois velhinhos e Rapsódia para um homem comum, vincitori di numerosi premi nei diversi Festival. Ha prodotto e diretto la serie TV Olhar per Canal Brasil.
A história da eternidade del 2014 è il suo primo film lungometraggio (porta lo stesso titolo di un suo corto del 2003) vince numerosi Premi al Paulínia Film Festival: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore (Irandhir Santos) e Miglior Attrice (Marcélia Cartaxo, Zezita Barbosa e Debora Ingrid). Il film è stato selezionato per la mostra Bright Future, del Festival di Rotterdam 2014.

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La sottile linea brasiliana – Marilia Cioni (2005)
documentario (2005) 54’

Sceneggiatura: Marilia Cioni
Fotografía: Fabrizio La Palombara, Maurizio D’Atri
Produzione: Andrea Marotti e Michela Righini per Digital Desk

Música: Andrea Dal Pian

Non solo L’uomo che verrà. La stessa valle del Reno del film di Diritti, caposaldo della tedesca Linea Gotica durante il secondo conflitto mondiale, è stata teatro di episodi bellici che pochi in Italia conoscono o ricordano. E’ così che, quasi con sorpresa, apprendiamo dal documentario di Marilia Cioni, questi luoghi hanno visto la presenza e l’intervento della FEB, la Forca Expedicionaria Brasileira, a fianco della V Armata americana. Perchè il Brasile di Getulio Vargas, in nome dell’alleanza con gli Stati Uniti, mandò “i suoi soldati a combattere per la democrazia, di cui i suoi cittadini non godevano”. La ricerca di Marilia Cioni si muove montando materiali d’archivio (prime pagine di giornali, filmati d’epoca, foto della memoria provata e collettiva) e interviste girate in Brasile e in Italia (reduci FEB, testimonianze di italiani che allora erano bambini o adolescenti: tra gli altri Francesco Guccini). Il film si sviluppa illustrando parallelamente la storia militare del contingente brasiliano in Italia (25334 uomini, 451 caduti, da Napoli ad Alessandria) e l’inevitabile contatto umano tra soldati e popolazione italiana coinvolta nella guerra. Qui, tra differenze e novità, ricordate con tenerezza e ironia da una parte e dell’altra (il cibo, la musica, la neve…), il contenuto informativo trapassa nella memoria personale e nella nostalgia, nel ricordo di un incontro che si è nutrito del riconoscimento della comune umanità.

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